una sera di un giorno qualunque, quando il cielo è sempre più blu

spagnaQuel giorno era uno qualunque. Soffiava a singhiozzi un vento freddo, di quelli improvvisi, che ti spingono a stringerti, a cercare riparo nel calore di un abbraccio, di quelli che non riesci a placare neanche con la lana migliore. Quel giorno camminava per le strade del centro a passo svelto, il suo, per essere puntuale, per quella cena che avrebbe potuto allietare una settimana non delle migliori. Lo sguardo degli amici, la loro compagnia, le avrebbero di certo fatto bene al cuore. Arrivata nella piazza aveva chiamato una delle amiche, per capire dove fosse. Doveva attraversare la piazza per raggiungerla, ancora al massimo trenta passi e poi si sarebbe fermata, riposando i suoi piedi e i suoi pensieri nervosi e frenetici. Sarà passata per quella piazza, la principale e forse la più bella della sua città almeno mille volte in tutta la sua vita, ma ogni volta era la prima. Ogni volta quelle scale le regalavano un piccolo sospiro, questione di secondi. Questa è la magia di Roma, ti appartiene, ma non è mai tua. Puoi sempre sentirti straniera e confonderti tra la gente. Puoi sentirti ospite d’onore anche in un giorno qualunque.

Quella sera, quella di quel giorno qualunque, la piazza era più spoglia del solito e apparentemente silenziosa. Non c’erano schiamazzi e c’erano poche persone per essere le otto di sera; una vera rarità. Trenta passi, solo trenta passi per proseguire ed arrivare al luogo dell’appuntamento. Decise così di rallentare e di fermare per qualche secondo anche i suoi pensieri.

Fu in quel momento che tutto intorno a lei, si fermò. Si accorse di una musica improvvisa che proveniva dall’alto delle scale, che fino a pochi secondi prima non aveva neanche udito. Un gruppo di ragazzi riuniti in un angolo, suonava e cantava che “il cielo è sempre più blu”. Nella bolla dove era finita, non c’era altro che quella canzone, quella scalinata vuota e quel cielo, freddo e forse davvero più blu. Guardò in alto, mentre i suoi passi avanzavano lenti e riguardò ancora quell’immagine. Era dentro ad una cartolina senza saperlo ancora, con un piede sulla terraferma e l’altro immerso tra  musica istantanea e  strani ricordi ovattati.

Se ne sarebbe resa conto poco dopo, quando la nostalgia, al finire dei trenta passi, l’avrebbe abbracciata per ripararla da un singhiozzo violento di freddo che s’alzò  per svegliarla. La nostalgia che troppe volte l’aveva schiaffeggiata e beffeggiata, adesso la chiudeva e le regalava solo calore. La nostalgia che troppe volte s’era confusa con la rabbia, che l’aveva portata  solo a sospirare di quelle scale, senza più volerle vedere, senza più osare avvicinarsi, adesso le offriva un riparo sicuro e caldo contro il freddo.  Le ricordava che nostalgia e mancanza, potevano essere delle buone compagne. Che i ricordi ci rendono prezioso il presente e che col tempo, quello giusto, regalano la stessa quantità di sorrisi per quante lacrime hanno causato.

Accadde tutto in trenta passi e pochi secondi. Poi, come per incanto, tutto ritornò all’ordine primario: la  confusione riprese campo, la musica svanì e lei riprese a vivere quella fine di un giorno qualunque, che mai poteva essere più speciale di così.

Alle mancanze, alla nostalgia tossica, alla capacità di scorgere l’emozione nell’ordinario e ai ricordi.

Che possano essere tesoro e mai prigione.

Alla mia città, Roma, dove mi sento spesso ospite d’onore e alla scalinata di Trinità dei Monti, che ci ha resi ospiti d’onore.

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back to fifteen : la faticosa vita di una quindicenne a ventotto anni

Quando arrivi alla soglia dei quindici anni e nasci femmina, si apre un bivio nella tua vita sentimentale: o avrai una ” carriera” fluida e fatta di successi nei confronti degli allora maschietti, oppure tentennerai, dedicandoti ad amori adolescenziali per poco o per nulla corrisposti. A questo c’è da aggiungere anche un fattore estetico, dato dall’indulgenza o meno della tempesta ormonale dello sviluppo. C’è chi è bella già a quindici anni, nella sua acerbità e chi invece temporeggia, nell’attesa di sbocciare. Io, neanche a dirlo, temporeggiavo, sprecando energie utili e lacrime in amori non corrisposti, fatti di “presenze” che frequentavano il mio stesso liceo o che percorrevano la mia stessa strada in autobus, che forse non hanno mai saputo della mia esistenza e dei miei batticuori, mentre io spendevo del tempo a cercare l’occasione perfetta e la canzone che avesse potuto incorniciare quell’amore speciale.

Dopo quindici anni, dopo che sei sbocciata e che stai anche maturando, l’amore tentenna ancora e  spesso non per tua volontà,  ma hai acquisito o credi di aver acquisito qualche sicurezza in più. Vuoi una relazione stabile, vuoi una condivisione, vuoi dei progetti e non hai voglia di perdere tempo dietro a compromessi o giochini. Ti senti pronta, per quel ” Luissimo” che, ahimè, tarda a farsi riconoscere.

Poi, accade che in un giorno qualunque, nella tua vita ricolma di convinzioni e capisaldi, vieni catapultata indietro nel tempo, rivivendo quei mitici e spaventosi quindici anni. Che cosa è successo? Adesso vi spiego tutto.

Quattro mesi fa, per rinfrescare il mio inglese fossilizatosi , ho deciso di frequentare una scuola di inglese vicino casa. Il corso, prevede due lezioni settimanali: il venerdì sera si fa conversazione di gruppo, che a volte ha il sapore di una riunione di alcolisti anonimi soprattutto nella fase “presentati e raccontaci qualcosa di te” e il sabato mattina invece, ci sono tre ore di lezione a base di grammatica no-stop. Una meravigliosa digressione scolastica, dove puoi incontrare tante persone curiose e particolari. Tutto procede  nella norma insomma, sono una studentessa modello che interagisce brillantemente con il gruppo e con l’insegnante e faccio notevoli progressi di lezione in lezione..  Finchè  un sabato mattina di qualche mese fa, a lezione già iniziata, non entra Lui.

Lui: alto, vestito di nero, etereo e misterioso, bello, di una bellezza disordinata, che profuma di un profumo leggero e intenso, Lui, che si siede accanto a me, chiedendo scusa per il ritardo con un sussurro di voce profonda.  Lui, che non sembra terreno. IL GELO.  Improvvisamente ritorno indietro di quindici anni, dimentico la mia sicurezza da studentessa brillante  e divento più goffa e comica di Bridget Jones. Le restanti tre ore, sono state un dimenarsi di fogli, matite e quaderni che mi cadevano ovunque, di acrobazie per recuperare ogni cosa e di adorazione incondizionata verso di lui,  dalle gambe lunghe quanto tutta me stessa, che ha cercato per tre ore di scrutarlo con finta discrezione. Ma la bellezza, in un mondo governato dalla banalità,  è avara e si concede a piccole dosi, così che solo dopo diverse settimane ed ormai alla conclusione del mio corso, ho rivisto Riccardo, L’Angelo Nero. Ho tirato fuori tutto il mio essere divertente, ho fatto ridere e sorridere tutti, diventando un punto di riferimento per l’intera classe, ma lui, lui sembrava immune a tutto questo, preso dal suo mondo, catapultato chissà perché tra quei banchi. Sono arrivata anche ad escogitare  sordidi stratagemmi, a temporeggiare la mia uscita dalla classe per aspettarlo, ma niente… Svaniva sempre. Durante questi quattro mesi, ho percorso la strada del ritorno almeno con quattro persone di sesso maschile,  che si sono volontariamente proposte di camminare con me per accompagnarmi, ma lui no, è fuggito sempre.  Ho anche conquistato le simpatie di un insegnante, la sosia coi capelli rossi di Harry Potter (uno strafigo, quindi!) che povero tentava sempre di parlare con me, ma riceveva da parte mia solo sorrisi deficienti,  dovuti dalla mia difficoltà nel comprendere quel suo incomprensibile accento texano . Più trascorreva il tempo e più rivivevo quell’inadeguatezza quindicenne, quella che ti fa pensare, tra il depresso e l’oggettivo “ Eh no, figurati se questo pensa a me..” . Puoi sistemarti quanto vuoi, mettere il rossetto che più ti dona, il vestito che meglio ti calza, far cadere penne, quaderni e qualunque altra cosa accanto a lui, ma se non ti vede, non c’è storia..  Il bello è arrivato quando, per recuperare prima del termine del corso alcune ore di lezione perse, ho deciso pur di incontrarlo di nuovo di tentare il tutto per tutto e frequentare anche il corso intra settimanale, tentando come prima opzione il corso della mattina e giocare poi ad esclusione. Se fosse stato presente, sarei andata anche nella prossima lezione la mattina e se invece non l’avessi incontrato, avrei tentato il corso serale. La follia delle ossessioni. La follia di un’adolescente. E così…Bingo! La fatidica mattina prescelta, lo ritrovo già seduto in aula, nascosto tra altre persone, a pensare che mal che vada, cara mia, lo potrai guardare un po’ di più, ancora per un po’. Sono stata costretta a fargli un’ora e mezzo di stupide domande suggerite dall’insegnante, utili per la comprensione grammaticale, ma inutili per me, che l’unica cosa che avrei voluto chiedergli era ” ALLORA RICCARDO: PREPARO-CAFFE’-O-PREPARO-MI VIDA?” …Il copione, si è ripetuto con fantasia anche durante la successiva lezione, non prima però di aver ricevuto  lo smacco più grande: non trovarlo in aula. Mentre stavo riflettendo su quanto fossi cretina, patetica, infantile e pure un po’ maniaca, così stupida da averci preso anche un permesso al lavoro, eccotelo che arriva. I cinque secondi successivi sono stati apnea pura: ” si siederà vicino a me, visto che la Misericordia Divina ha fatto sì che al mio fianco ci sia UN FOTTUTO POSTO LIBERO, oppure andrà chissà dove?” Ovviamente, non sarei quel misto tra Bridget Jones, Jess di New Girl, Amelié e qualunque altro personaggio di aspetto decente ma goffo, particolare e stralunato se Riccardo si fosse seduto accanto a me e se avesse poi interagito con me. Infatti,  per confermare quanto più questa tesi, decide di sedersi di fronte a me, che non  smetto mai di guardarlo, mentre gli faccio le ennesime domande ( sempre a richiesta dell’insegnante) sillabando nella mente ” DATE – ME! DATE – ME (esci con me!!).

Ma Riccardo, cari miei, non si è accorto di nulla, né dei miei sguardi, né dei miei sorrisi né dei miei timidi saluti e al termine dell’ultima lezione, quando avrei sperato in un miracoloso “happy ending”  cinematografico, degno dell’ ultima scena del film un compleanno da ricordare” (non a caso, un film che a quindici anni ho stra adorato), è fuggito per  parlare con altre persone, mentre io, costretta per cause lavorative,  fuggivo via da lui, per sempre.

Così,  nel silenzio, è finita anche questa digressione da quindicenne sfigata e stralunata, che ha divertito per qualche tempo me e le mie amiche, che mi incitavano e mi insultavano perché improntassi  approcci più diretti e spudorati. Ma io ero lì, ferma, forse più concentrata a gustarmi questo status da teen ager , che a capire chi fosse mai questo meraviglioso Riccardo.

Io quella quindicenne che ero, l’avevo rimossa, o forse non la ricordavo più. Certe volte, inaspettatamente, i pezzi di te, quelli più scomodi o più tristi, riemergono a galla senza un senso apparente. E li riscopri, ridendoci su di gusto, accettandoli senza troppe critiche. A quindici anni non ero figa. Non lo sono neanche a ventotto a dirla tutta e forse non lo sarò mai. A quindici anni non li volevo proprio quei quindici anni, erano scomodi, erano un impedimento tra me e quello che doveva accadere. A quindici anni ne avevo trenta e non ridevo di cuore, mi prendevo troppo sul serio. A quasi trenta, non mi prendo più sul serio, e rido di cuore. Grazie, chiunque tu sia, Riccardo, ovunque tu sia.

Inondarsi di sentimenti puerili, ritrovarsi adolescenti fantasiose, è stato bellissimo!

Post Fata Resurgo, post mestruo.. Non lo so!

post fata resurgo

L’araba fenice vive cinquecento anni e allo scadere della sua età, spira su di un nido di incenso e cannella costruito su una palma o su una quercia. Dal suo corpo, nascerà poi un’altra fenice.

I miei cinquecento anni sono cinquecento secondi, quindi per l’esattezza otto minuti e trentatré secondi nei quali: costruisco più che un nido una fossa, la arredo, mi accomodo per bene e  mi ci calo completamente per spirare. Ma poi, rinasco.

Delle mie nascite figurate in sé , ne vado più che fiera. Ogni nuova me, lascia dietro una parola, uno sguardo o un gesto all’altra che è andata via. Ogni nuova me, ne sa qualcosa in più di ieri, o almeno ci prova. Un maturare esistenziale perfetto, insomma, tanto che ho voluto celebrarlo qualche anno fa con un tatuaggio che recita il motto dell’araba fenice “post fata resurgo”, per ricordarmelo sempre, che una rinascita ESISTE, che si cade e ci si rialza.

Un’esistenza impegnativa, osserverete voi. Ma Se a questo nascere e risorgere continuo, aggiungete le varie sindromi pre e post mestruali, capirete bene cosa siano le paturnie. Come l’allineamento dei pianeti è fondamentale per alcune teorie astrologiche, così è catastrofico il coincidere degli otto minuti e trentatrè secondi a quei quindici giorni circa in cui il tuo essere è governato da strani ormoni o forze esterne, come le chiamo io.

Quando albergo nella fossa in compagnia delle “forze esterne”, alle varie paturnie si aggiungono “le cose forti”: forte malinconia, forti mancanze (di tutto senza specifica alcuna) ed altri stati depressivi indecifrabili e soprattutto incolmabili. La fossa, diventa una piazza ricolma e tra  folla e fossa, regna sovrano il caos.

Voi credete che  tutto sia reale, ma reale non è. Voi credete di ragionare, ma non è così. Voi non siete voi e per questo, commettete le più gravi cazzate della vostra esistenza. Nel   90% dei casi queste vanno ad intaccare la sfera sentimentale e si dividono in due grandi gruppi: le cazzate che fate per/con il vostro fidanzato, le cazzate che fate per/con quello che vorreste diventasse il vostro fidanzato, in un futuro poco chiaro.

Per il primo gruppo, il malcapitato ha solo una possibilità: la rassegnazione. Tacere, resistere e contare pazientemente i giorni che passano, senza ovviamente farsi scoprire, è la più vincente delle tattiche; ma questo può accadere solo se avete una persona al vostro fianco dotata d’intelletto, degna, innamorata e anche un po’ santa. Ricordatevelo però, che siete fortunate, stampatevelo dentro al cervello mentre date di matto anche per un respiro sbagliato, mentre vorreste annientarlo perchè quel giorno avete degli impellenti istinti da omicida da soddisfare.

Nel secondo gruppo invece, la faccenda è chiaramente più complessa. In preda a forze superiori, vengono consumate le peggiori perdite di dignità dell’universo femminile. Dopo milioni di parole e di training autogeni sul “perché Io valgo, perchè Io , Io sono una Femmina Alfa” che avete fatto, per i quali vi siete sputtanate ai quattro venti, possedute da una malinconia d’amore, da una nostalgia di parole non dette ed emozioni non vissute, sparate o peggio che mai, scrivete minchiate che forse comprenderà l’universo intero, ma di certo non il mittente. Oppure vi accollate, diventando patetiche e pesanti, elemosinando risposte ed attenzioni senza aver fatto però le giuste domande.. Supponendo che un sentimento va al di là delle parole, dimenticando che le interpretazioni sono un affare delicato, scomodo ed assolutamente femminile. Insomma avete accumulato almeno 1000 punti sulla vostra carta  fedeltà Minchiate in pochi giorni. Forse vi faranno uno sconto del 10% sulla spesa, dall’analista però. Bell’affare.

Bisogna pure sottolineare che queste patologie, si manifestano in entrambi i gruppi, anche al di là delle morti e rinascite congiunte alle sindromi pre e post mestruali. Ma in questo caso, tranquille, avete solo un problema e quel problema da risolvere, siete voi!

Come sopravvivere e soprattutto come non guadagnare quei famosi 1000 punti in più? Mangiate cioccolata, divorate quintali di cioccolata, dolci e schifezze varie, se necessario. Spendete del tempo per trovare rimedi pratici e validi per le vostre endorfine mancanti purchè questi  non abbiano un nome proprio maschile,un cognome e un numero di telefono. Vi resteranno le cicatrici dei vostri bubboni, potrete sentirvi grasse più che mai, abbattute e appesantite, belle quanto Ugly Betty, ma poi tutto sparirà. Meglio la cioccolata che la furia emotiva. Meglio un Blockbuster lacrimoso o un “colpa delle stelle” accucciate sul divano in compagnia di fazzolettini di carta imbevuti di lacrime, che un pentimento da rielaborare.   Abbiamo già troppo da fare nella nostra testa per dedicare una sezione al “ rimedio da ormoni”. Il tempo va ottimizzato, ricordate? E poi, se il santo che avete a fianco, che è rimasto ancora al vostro fianco nel corso delle vostre cicliche evoluzioni o tentativi di sodomizzazione psichica, vi vedrà solo piangere, abbuffarvi di cioccolata o deprimervi, ne riderà (e ne riderete) su, facendo sì che il problema si dematerializzi presto. Così come con quel colui che vi piace, se avrete preferito un silenzio temporaneo ad un contatto autolesionista, probabilmente costui non avrà avuto modo di pensare che siete delle lamentose-lagnose-appiccicose psicotiche, ma semplicemente delle persone da conoscere e non da evitare accuratamente.. E se invece vi avrà evitato a prescindere, beh probabilmente è perchè è stato risucchiato da un buco nero..In tal caso, auguratevi solo che non si  tratti di una fenice e che magicamente  non risorga dalle proprie ceneri!

A volte ritornano, e non sono i peperoni

A volte ritornano, e non sono i peperoni. Che a pensarci bene, fanno lo stesso effetto.. ti ammaliano, col loro gusto dolce e intenso e poi ti fregano. Ma per fortuna per i peperoni c’è il Diger Seltz, per tutto il resto invece c’è la tua mente e il tuo fegato. Parliamo dei RITORNI, inaspettati o sperati, quelli che ti fanno sempre formulare la stessa domanda: “ Ma Perché ?” quando la  risposta è sempre la stessa “ Così…”.

Non ci avevano preparato ai ritorni. Del resto, ci hanno pressocchè preparato  all’amore, quindi  per le eccezioni, si stava già fuori programma, un po’ come per la Guerra Del Kosovo e del Golfo l’anno della Maturità. Ma  a volte, chi va via,  ritorna e così è necessario dedicare un po’ a capire anche questo fenomeno. Ma chi ritorna? E soprattutto, perché ? Ritornano tutti, sappiatelo. Anche se le motivazioni non sono mai ben chiare e forse non lo saranno mai abbastanza, che tutto  e tutti ritornano lo so bene. L’ho sempre saputo e verificato. Ci vuole tempo per capire, tempo per recuperare il tempo perduto. Non voglio dedicare parole per i recidivi, quelli che ritornano milioni di volte dopo mille occasioni  concesse. Parliamo dei primi ritorni, quelli che ancora conservano un 50% di purezza da verificare. Per i recidivi invece, c’è solo la divina misericordia e noi non siamo Santi votati al martirio.

Quando penso ad un ritorno,   penso sempre alla scena finale di Jerry Maguire. Penso all’espressione  di Renee (quando aveva ancora espressioni) mentre ascolta il discorso fatto tutto d’un fiato davanti al gruppo di zitelle di un pentito Tom Cruise, penso a quel “ Tu mi completi” e a quel “Mi avevi convinta già al  – Ciao -” . Ma lo sappiamo tutti che non funziona così un ritorno. Un ritorno nella vita reale si muove in modo decisamente meno teatrale, anzi forse non si muove proprio, fino al giorno in cui  ne prendi atto e ti scaraventa davanti milioni di domande e qualche certezza vacillante da recuperare. Un ritorno è come una diga che crolla, senza alcun preavviso apparente. Ma anche se tenti di fuggire, dovrai prima o poi fare I conti con quel fiume impetuoso. Dovrai confrontarti ancora con te stessa e poi con il ritornato. E’ un principio, quello del ritorno, applicabile ai sentimenti d’ogni genere. Può essere amore, amicizia, può essere la famiglia. Abbiamo sempre qualcuno che va via, che si allontana, che ci fa  soffrire e che decide di tentare la via del ritorno, delicatamente. Non so cosa si provi a ritornare, ma so cosa si prova a vedere chi ritorna. Il primo sentimento è la paura. Hai paura di soffrire ancora, perché  il tuo cervello, in modalità rewind, ti riporta indietro e scava veloce così tanto da perdersi per poi risalire e chiedersi “ Ma come ho potuto?”. Poi, arriva la felicità, perché  un 1% di te, “ si era convinto già al Ciao”. E poi i dubbi iperbolici. Milioni di dubbi che si susseguono, che danno inizio ad una danza isterica fatta di piccoli passi avanti e repentine corse all’indietro, che trovano pace solo grazie ad un ritrovato spirito di conservazione. La verità è che non ci sono regole per un ritorno, per ritornare e per trattare i ritornati. Quando il fiume decide di rompere la diga, non c’è tempo per fare capolino, osservare e richiudere la porta. Se il fiume chiama, non puoi fingere di non ascoltare. Devi farti portare dalla piena e confidare nella tua forza per avvicinarti  alla terraferma. Se tenti di ostacolarne la forza, ne verrai risucchiato. Se chiudi e riapri la porta, probabilmente entrerà dell’acqua che stagnerà e romperà il tuo cantuccio sicuro.

La verità è che ci vuole un coraggio bestiale ad accettare un ritorno, ad abbandonarsi ad un presente senza far sì che un passato malandato possa distruggerci di nuovo. E un ritornato può far male come un novizio, nelle stesse identiche modalità. Nella regola dei sentimenti governa sempre l’amor proprio e la dignità emotiva.

La verità è che a volte bisognerebbe essere solo più sinceri e diretti sin dal principio, rischiando a volte l’agghiacciante crudeltà o la nudità dei propri sentimenti, principio applicabile  sia per chi ritorna che per chi apparentemente è rimasto sempre al suo posto. Il nostro orgoglio, le nostre strategie silenti ci fanno perdere tempo utile. Quel tempo che potremmo investire per condividere un minuto di più, anziché  restare inebetiti, fermi e pieni di dubbi, rabbia o malinconia. Non  ho imparato molte cose, ma una la so bene: come perdonare chi ti ha ferita o derubata del tuo tempo, della tua vita o chi ti ha manipolata a suo piacimento. Le persone molto spesso feriscono senza premeditazione, feriscono perché  non sanno gestire un’emozione, un accadimento o semplicemente la loro vita connessa ad un’altra. Poi ci sono persone più  stronze di altre che orbitano nei nostri spazi di vita.. E quelle non possiamo ucciderle, anche se spesso lo abbiamo desiderato ardentemente. Però possiamo perdonarle, accettarle, ed uscirne in qualche modo rafforzati;  nel perdonarle poi, possiamo scegliere di non farle orbitare  attorno a noi di nuovo. Sì, possiamo scegliere di calibrare anche quello che possiamo dare a chi ritorna, senza cadere nel rancore, senza inasprirci di un veleno che fa solo male.

Cosa farne di un ritorno?  Lasciate che si manifesti, non frenate la piena e non tentate di modificarne il tragitto con spicci stratagemmi, permettetegli di palesarsi. Solo allora acquisirà valore, senso e forse anche un nuovo  sentimento.

Amore Sincopato

amore sincopato

Sono gli occhi dell’Amore Sincopato, quelli che riconosco tra la gente. È come se vedessi i miei di occhi proiettati sugli altri.
Quello sguardo prima di vederlo, lo senti dentro come un tonfo. Quello sguardo lo intuisci appena, ti parla di chi ci ha provato mille volte e mille è caduto, all’improvviso, mentre tutto sembrava avere un senso, ma mille e una volta ancora ci crede, che quello lì Sì, proprio quello lì “Deve Essere Amore..”. Ma poi Amore non è  e forse, è meglio così…
Vorrei gridare a tutti quegli occhi “Scappa, Salvati!”, vorrei poter dire “Io lo so“.. Ma quell’ultimo gradino, quello che ti ha consumato tutto, forse un giorno diventerà di nuovo il primo. Perché si riparte, sempre.
Intanto, Non posso smettere di crederci. Non posso smettere di credere che la sincope prima o poi, passa e restano solo gli occhi di un amore, semplice e pure un po’ cretino.. E che oltre a questo asfissiante “niente di tutto”, c’è qualcosa, o qualcuno di speciale ..

Al 2014 del mio microcosmo sgangherato

 

 

 

brave

 

“E’ questa aria di Natale”, mi ripeto.  O forse sono questi giorni di attesa che porteranno via  anche te, 2014.  Oppure è questa attesa e preparazione di quel qualcosa che Devi  festeggiare, ma non vuoi che mi fotte sempre un po’, ogni anno..”Sono queste le paturnie? ” Sì, sono sicura,  sono quel miscuglio di turbamenti che quando provi a decifrarli, puntualmente sfuggono.

Poi ci penso e mi dico che questa volta è diverso sul serio, che questa volta la nostalgia c’è davvero, perché anni come questi, come Te, 2014, non se ne vedevano in giro da un bel po’ e liberarsene, pesa.
Mi ricordo bene come sei iniziato, era un 31 dicembre qualunque e io, circondata da persone, me ne stavo  con le mani sul  vetro di una  finestra enorme a guardare le macchine che passavano, a pensare che non saresti dovuto cominciare così e che neppure così doveva finire, perché qualcosa, con me, era finito. Avevo l’amaro in bocca e non era per la cena. Mi sentivo un vaso caduto in mille pezzi e i miei pezzetti erano sparsi un po’ ovunque.

I miei pezzi, che a contarli tutti c’è da impazzire ed io, stavo proprio per impazzire. Ogni periodo ha una parola chiave e quella di quei tempi era una ed una soltanto,  che pulsava ad intermittenze costanti nella mia testa: assenza. Assenza di tutto, improvvisa, inspiegabile e brutale. Ero in un bel cazzo di guaio insomma e tu mi guardavi, silente, per capire cosa avrei fatto di quei 365 giorni che mi  avresti donato, per capire che cosa mi sarei mai inventata questa volta, per resistere di nuovo a me.

Per un po’ di tutti quei pezzetti di me non sapevo che farmene, li guardavo, li toccavo, li scostavo con un piede, tra disgusto ed incertezze. Ma loro erano sempre lì, a frantumarsi di giorno in giorno e a reclamare spazi mancanti.

Finché  un giorno l’aria ha cominciato a non bastarmi. Finché un giorno le mie parole, i miei pensieri incompleti, hanno cominciato a non bastarmi.

Solo allora hai pensato bene di intervenire e di farmi svegliare. Era finito il tempo di aspettare per vedere come andavano a finire le mie storie, i miei fotogrammi quasi reali. Era finito il tempo per crogiolarmi dietro a sfighe, maledizioni e maldicenze e per trascinare quel bagaglio vacillante di emozioni fratturate.

Tu mi hai svegliato a colpi, con scossoni, carezze e lacrime e mi hai rialzato piano. Hai dato tempo e calci, quando necessario. Hai regalato silenzi e fermato le mie frenesie isteriche, perché nulla si offuscasse. E’ per questo che tu, 2014, sei valso almeno per tre anni dei miei.

Ci sono anni di creazioni, anni di assestamento e anni di (ri) costruzioni.  (Ri)costruirsi è il lavoro più impegnativo, ma anche il più soddisfacente. Scavi a fondo, nelle viscere e quello che emerge, è fango da plasmare. Quello che emerge, sei Tu, fra limiti e possibilità. E non c’è mai malasorte, la malasorte è la giustificazione che dài per le tue azioni mancate. Potevano succedere le cose più belle, ma  non sarebbero state tali. Potevano arrivare le persone migliori, non sarebbero state tali. A testa bassa, persa nei tuoi occhi persi, sarebbe potuto accadere anche quello che neanche sai se è accaduto o meno. Ci vuole coraggio a sfidare la propria mente, a ricordare di chiedersi “Ma fa bene a me, questo?”. Ci vuole coraggio a sfidare quel senso di onnipotenza che ci autoconvince di essere infallibili e perfetti, artefici di ogni cosa, costruttori singoli di realtà multiple da condividere. A volte si creano universi solo per vederli crollare ed avere conferma così del nostro potere distruttivo. A volte siamo solo gratuitamente stronzi, per autodifesa. Ci vuole coraggio a perdonarsi, quanto a perdonare. Ci vuole coraggio per imparare a dire “No” e per restare fermi, un po’ di più.

Questo coraggio, questa virata di prospettive, me l’hai data, 2014, giorno dopo giorno, mentre imparando qualcosa, lasciavo che le cose potessero accadere e che rivelassero quel senso, che a volte non hanno.

Finchè una mattina mi sono svegliata e ho cominciato a sorridere, con gusto. E credevo fosse solo un giorno, credevo ci fosse un motivo che non ricordavo, qualcosa riportato alla coscienza e magari sognato; per questo, avevo paura di svegliarmi un giorno e ritornare nei miei Micromondi sgangherati. Invece, è successo il giorno dopo e quello dopo ancora: sorridevo, senza senso apparente, per  semplice felicità. Quella felicità che sussurravo appena, quella di quando ero innamorata. Quella che era in quel sacco di emozioni fracassato che avevo lanciato senza riguardo, con la scommessa che qualcuno, ne avesse cura più di me. Era quel vaso, che ricompostosi adesso suggeriva sussurrando piano: “abbi cura dei tuoi pezzi, abbi Cura di Te“.

Nel tempo, mentre sorridevo,  guardavo, osservavo e mangiavo quella sfuggente quotidianità che tanto avevo maltrattato, che in realtà, non era poi così male.  Ogni sorriso, stava curando un turbamento.

Non ho conquistato niente, se questo è quello che vi state domandando. Niente di materiale o di evidente tanto da toccarlo. Non ho cambiato casa, non ho mollato il lavoro e non ho neppure un nuovo amore. Però ho una nuova me,  che vale più di tutto. Che resta, quando tutto è fugace. Che del rancore non sa cosa farsene, che di fronte ad una assenza, prepara posti per le presenze. Che resta e non per resistere e che sa guardare. Che ride di più e piange di meno. Che sospira trasognata della nostalgia di un amore che vede nei gesti altrui e che si riempie il cuore per ogni piccola, microscopica scheggia di bello, che  scova di continuo nel suo banale quotidiano, ancora sghangherato.

Se fossi una persona, 2014 , e non un interminabile periodo, saresti una di quelle da volere sempre vicino. Una di quelle che sfidano tutto: tempo, distanze, eventi e che sono, come dico io, piene. Piene di cose da dirti e da mostrarti. Saresti quelle che ti riempiono il cuore, senza neppure accorgersi di farlo.

Se avessi un volto ,2014, e non un tempo e non dei numeri a definirti, avresti il volto dei miei occhi e della loro luce ripresa, della mia famiglia, dei miei amici, delle persone che sono arrivate per permettermi di sorridere, come un dono. Avresti la voce ferma di chi ti guida e la frenesia dei bambini quando scoprono una magia.

Ma tu sei solo un tempo, un susseguirsi di eventi…Mi piace saperti umano però, immaginare di aver vissuto con me in questo sghangherato microcosmo sempre un passo indietro, per accertarti poi che se mi fossi persa, ricordassi sempre da dove provenivo. Metterò le mani davanti agli occhi, così da non vedere dove andrai, insieme ai miei sacchi, insieme a tutto quello che ancora c’è sparso qua e là che porterai via in fretta. Farò un passo, poi un altro e uno ancora e mi accorgerò piano, attimo dopo attimo di un nuovo anno davanti a me.

Al Mio 2014, un anno come un altro, una rinascita, un inizio. A tutte le persone che ne sono state parte, nella vita di ogni giorno, nei soli pensieri e nei ricordi. A chi c’è, chi c’è stato e chi ci sarà ancora. A chi mi ha aiutato, sapete chi siete, a Chi mi ha insegnato ed è stato mentore. Grazie, per essere parte del mio microcosmo sgangherato!

E a chi si imbatterà in queste righe per caso, perchè magari questo 2014 è stato terribile, come gli anni passati, come da quando non ricordano neppure..Non importa cosa vi porti al vostro punto di rottura: provate, insistete, virate, anche mille volte, se necessario. Sorridete di quel che c’è e non affannatevi per quello che non siete adesso o non eravate ieri. Permettetevi di fare pace con quello di voi, che è in voi.

La storia di Quei Due

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Questa è la storia di quei due, che la vita ha voluto che si incontrassero senza un senso apparente e che poi si perdessero.

La vita lo fa, ti fa assaggiare un pezzo di infinito, lo puoi masticare, dice, ma poi te lo fa sputare. L’infinito, è amaro da digerire.  Resta nello stomaco e continua a colpirti  con le giuste intermittenze. Perde il suo sapore nel tempo, ma non il suo peso. Hai imparato tante cose, a respirare quando quel peso lo senti un po’ di più, perché il rumore del respiro possa placare il dolore, quando ritorna.  Hai imparato a non sentirlo più l’infinito, per non perderti ancora. L’infinito è una storia lontana, leggenda dei popoli. E adesso stai bene, il respiro scende, l’amaro non c’è. Il percorso degli eventi ha virato la sua rotta. ” Nessuna turbolenza all’orizzonte, il mare è calmo, i venti favorevoli!”

Quei due se li ricordano tutti in giro, camminavano tanto, anche quando pioveva, ma loro se ne fregavano. Erano mesi strani quelli, la primavera dei loro cuori, che li aveva rivoltati e stravolti, era in disaccordo con il tempo. Pioveva e faceva freddo, pur se fosse oramai estate. ma loro, per mano, correvano e sorridevano. Avevano fame di tutto, di loro, di conoscersi, di vivere, e il tempo scorreva veloce, ignaro degli stratagemmi che inventavano per ingannarlo. Il tempo aveva dichiarato loro guerra e loro ancora non lo sapevano. I loro giorni avevano un sapore diverso, tutto era meno importante rispetto al pensiero di cosa potessero raccontare l’uno all’altra, rispetto alla necessità di condividere quei momenti lontani. Sapevano che se avessero superato la loro follia iniziale, le reticenze altrui, se avessero superato tutti, poteva esistere quell’infinito, sarebbe resistito. Tutti si inchinano di fronte all’infinito. Tutti si piegano davanti a due anime perfette.

Di quei due, hanno parlato in tanti per giorni, di quanto lei ballasse, di quanto lui parlasse.

Dicono di averli visti un giorno, seduti su una panchina di un giardino non molto lontano dal centro, ridere così da urlare, sussurrarsi  strani messaggi, prendersi per mano e correre all’improvviso, velocissimi. Dicono di aver visto lei rallentare, fare un passo indietro, toccare quella terra che da un po’ sfiorava appena con i suoi piedi esili. Lui la guardò, non ebbe esitazioni, l’afferrò risoluto e la riprese, portandola avanti a sè. Il coraggio degli innamorati è follia. L’ostinazione, si trasforma in ossessione. Dicono che quel giorno vicino al campanile qualcuno vide due sagome. Alcuni dicono che erano loro, altri non ricordano niente più che quella folle corsa che tutto travolse intorno.

Arrivati in cima, con la città che li guardava dal basso, carica di aspettative, sarebbero dovuti scendere, trionfanti. Quel campanile conserva un segreto che nessuno conosce. Sì, dovevano scendere, prima o poi. Avrebbero dovuto sapere Tutti, avrebbero dovuto accettare e conoscere quei due Tutti.

Ma  quel che non sapevano quelle due anime stordite, è che loro stessi, avrebbero dovuto conoscere l’uno l’altra. Non c’erano stati sospiri, silenzi e urla. Avrebbero dovuto assaporare l’attesa, non avrebbero dovuto sfidare il tempo, ma lasciare che questo potesse scorrere secondo le sue voglie. Si guardarono, le loro mani, sciolte dal legame che le univa, erano vuote,  scoordinate e penzolanti fuori dal perfetto incastro. L’unico suono intermittente era il loro fiato, stanco, affaticato.

Non li videro più in giro, raccontano che di tanto in tanto, puoi vederli ancora correre, da soli, persi nei loro pensieri, reintrodotti nei loro momenti. Solo certe sere, penzolano tra i ricordi, ma questo nessuno lo sa, neanche loro.

Questa è la storia di quei due, che scesero soli e distanti dal campanile. Dicono che le anime quando si toccano, fanno giri strani, si perdono, si ritrovano o continuano il loro curioso peregrinare, per poi posarsi per un po’ di pace. Dicono che le anime, quando si sfiorano, conservano una magia recondita e la regalano, certe volte, solo agli occhi che sanno vedere.